giovedì 20 marzo 2008

Ma mentalità paesana.


La sua curiosità, è bene sottolinearlo, era tipica degli abitanti del piccolo paese. Quasi ogni paesano, infatti, avverte la sinistra necessità di sapere con chi si trova a contatto, e molte volte la vita di ciascuno è sondata dagli altri con precisione quasi maniacale. Una conseguenza di questa particolare tendenza era che nel paese ci si conosceva praticamente tutti e, si sa, le persone non sapendo di che accidenti parlare (o sparlare) discutono appassionatamente della nuova coppia d’innamorati, della potente macchina del parroco, della lite scoppiata tra comari e d'altre mille cosette di questo tipo. Tutti sono pronti a parlare e a dire qualsiasi diavoleria sul conto dell’altro, ma quando la sorte vuole che siano loro ad essere bersagli dalle malignità, allora si è soliti mostrare alterati la propria indignazione verso il non rispetto del sacro valore della privacy…
Qualcuno sostiene che comportamenti di questo tipo sono altresì necessari perché una persona riesce, in tal modo, a comprendere quali sono le condotte accettate nella comunità in cui vive. Su questa eventualità sono abbastanza scettico, perché considero la specie umana assai diversa dalle pecore, anche se i fatti concreti mi hanno più volte smentito… Il paese di cui vi parlo è un buon esempio di ciò che dico. Nel piccolo borgo ogliastrino le voci popolari avevano inventato una quantità spropositata d’amanti e dunque di figli presunti, di possibili e macabri assassini, di maghi e furfanti. Per queste “vittime della lingua”, a cui era spesso appioppato anche un soprannome, non restava che adeguarsi al fatto che i loro figli ereditassero, tra le altre cose, anche i buffi e poco edificanti nomignoli.
Salvatore, Franco e Battista, validi esponenti di questa discutibile cultura paesana, rimasero così a parlare o sparlare delle varie persone che vedevano passare dinanzi a loro, dimenticandosi di tutto ciò che avevano visto durante la giornata, scordandosi di parlare dei loro dubbi, dei loro presentimenti e, magari, di cosa s’aspettavano dall’incerto avvenire. Dimenticarono inoltre di contemplare il rossore del cielo che, oltre ad essere uno spettacolo sempre pregevole, annunciava il silenzioso morire della giornata. Dalla piazza si poteva ammirare la grande collina che dominava la valle coi suoi campi coltivati, i suoi boschi e le cicatrici dei tanti incendi scoppiati nel corso degli anni. Per una qualche terribile ragione in quel territorio, come in tutta la Sardegna, durante le Estati erano appiccati sempre due o tre incendi i cui tremendi segni potevano notarsi anche dopo molti anni.

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